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Vedana prima dei certosini |
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Il primo documento storico di qualche valore giunto fino a noi col nome di Vedana è una bolla pontificia, conservata nell'archivio capitolare di Belluno. E' un atto del papa Adriano IV che il 5 ottobre 1155 riceve sotto la protezione della Santa Sede il Capitolo dei Canonici bellunesi e li dichiara in perpetuo proprietari dell'ospizio di Agre, con la chiesa annessa, e dell'ospizio e della chiesa "fondati nel luogo che chiamiamo Vedana". Una confraternita laica, assistita da un sacerdote reggeva l'ospizio sotto la dipendenza dei canonici, che inviavano di tanto in tanto visite di controllo. I canonici eleggevano i priori laici dei rifugi, ne ricevevano la professione e stipulavano affitti e contratti; i canonici aiutavano quindi in ogni difficoltà amministrativa i laici. Pare ‑ ma non è sicuro ‑ che negli edifici annessi alla cappella di S. Marco si desse ricovero agli uomini e, un chilometro più lontano, nei fabbricati attigui alla cappella di S. Gottardo, si desse asilo alle donne. Grazie ad una investitura del 1208 entra nella storia documentata anche l'ospizio di S. Giacomo di Candaten. A metà del XIII secolo i tre ospizi dovevano di certo essere efficienti, ma col passare degli anni i due istituti di Agre e Candaten percepiscono rendite sempre più scarse e vengono perciò soppressi e incorporati con i loro fondi a quello di S. Marco di Vedana. |
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Difficile scrivere la storia di questo periodo perché i documenti sono molto rari. Solo fino al 1400 sono ricordate le visite che i canonici di Belluno hanno cura di praticare rispetto a Vedana. In mancanza di documenti più importanti, si riporta una notizia di cronaca secondo la quale il priore laico dell'ospizio vedanese, Fra Frassennello di Bolago, è travolto con il suo cavallo durante il guado del Cordevole in piena. Al progressivo declino economico dell'ospizio si aggiunge il deterioramento del livello spirituale e morale per cui i canonici, incapaci di rimediare a questa progressiva rovina, progettano seriamente di chiudere; Vedana rischiava di diventare un rudere, preda di ortiche e rovi.... Fu l'Ordine certosino che prese l'impegno di sostenere l'ospizio e la chiesa. Qualche Certosa esisteva già nel Veneto: a Venezia, nell'isola di S. Andrea al Lido, fondata per iniziativa di S. Bernardino da Siena, e da più di un secolo c'era vicino a Treviso la Certosa di Montello. Siamo a metà del'400 e le forme di vita monastica sono prospere. Rintracciare le ragioni autentiche per cui la scelta dei canonici cadesse sull'Ordine certosino non è impresa semplice; forse si può solo avanzare qualche ipotesi. Risulta che un monaco certosino a Montello, nominato poi procuratore, ossia economo della Certosa, fosse stato sacrestano del Duomo di Belluno ed è probabile che sia stato lui a suggerire ai canonici la soluzione. Troviamo anche un altro indizio: era vescovo di Belluno Mons. Giacomo Zeno (1447‑1460), uomo colto e di nobili natali. Le cronache certosine (Molin, 111, 8) riportano che scrisse una biografia del Cardinale Nicola Albergati, arcivescovo di Bologna, già monaco nella Certosa di quella città. Al vescovo bellunese l'Ordine dei bianchi eremiti doveva essere quindi noto e gradito. La Certosa in quell'epoca contava molte case e non sarebbe stato difficile trovare qualche monaco per una fondazione a Vedana. Cosi il Capitolo della cattedrale tentò il progetto nel 1455, scrisse al Superiore Generale dei Certosini e l'Ordine accettò. A questo punto viene da chiedersi perché, tra le tante famiglie monastiche nella regione, la scelta sia caduta sui Certosini, che facendo professione di vita semi‑eremitica, solo raramente avrebbero ammesso dei viandanti entro le mura del monastero. Il Clero bellunese voleva forse vedere nella volontà di solitudine di quest'Ordine una ricerca precisa d'irradiare nascostamente pace sul mondo attraverso la preghiera e il sacrificio di sé. Le voci, che d'ora in poi si sarebbero elevate dalla chiesa di S. Marco nel silenzio dei monti, non sarebbero state simbolo di un egoismo esasperato, ma appassionate istanze di un'umanità migliore. Aprire Vedana ad una pura forma di vita contemplativa significava un recupero di valori essenziali ed eterni, in un'epoca in cui il centro focale si era spostato da Dio all'io. L'umanesimo del secolo XV stava salendo all'apogèo e sarebbe approdato al trionfo rinascimentale del secolo seguente. Mettersi al servizio di Dio e dell'uomo in una forma di distacco dal mondo è sempre unione con la realtà attraverso lo spirito: questo capirono i Canonici. D'altro canto non sarà inesatto supporre che il sito di Vedana esercitasse un certo fascino sull'anima di un certosino. C'era la seduzione delle rocce aspre, il senso della montagna come fonte di purezza. La roccia di Vedana richiama la durezza di una scelta assoluta e radicale in una esistenza tutta per Dio. 1 Certosini cercarono tra le rupi che svettano contro il cielo una comunicazione che è ricerca della parola di Dio e messaggio al viandante: non solo a quello di passaggio per la vallata agordina, ma ad ogni viandante su questa terra. C'era però qualcosa di più specifico ad attirare i monaci: questo paese povero, silenzioso, tutto in attesa, era l'immagine della loro vocazione. Per questo accettarono l'invito, vi rimasero e ancor oggi vi sono. |
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