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La riapertura |
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Uscendo dalla bufera scatenata dalla rivoluzione francese, i monasteri in tutta la Penisola a poco a poco si ripopolarono. Le certose, riaperte con fatiche e altrettante spese, vennero ancora soffocate dal governo piemontese con legislazione estesa dal 1860 a tutta l'Italia. |
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Furono esclusi dal provvedimento cinque monasteri particolarmente artistici e celebri: Montecassino, Cava dei Tirreni, S. Martino della Scala, Monreale e la Certosa di Pavia. Protetti dal governo, insieme con archivi, pinacoteche, monumenti d'arte, questi cenobi vennero affidati ciascuno a un religioso dell'antica Comunità, con il titolo di Sovrintendente. Il Sovrintendente della casa di Pavia, don Romualdo Ferrari, in contrasto con l'Ordine certosino e con la complicità del Governo, estromise da Pavia i religiosi e il priore (don Giuseppe Rivara) eletto dall'Ordine nel 1880, costringendoli all'esilio. Per due anni trovarono asilo presso il Seminario di Pavia finché nel 1882 il Procuratore della Gran Certosa, don Marcello Grezier acquistò la Certosa di Vedana. L'acquisto riguardò solo il monastero senza i terreni e i beni, un tempo proprietà della Certosa. Senza aspettare che fossero ultimati i restauri più urgenti, i Padri di Pavia entrarono nel monastero e nel corso dei tre anni seguenti si prodigarono in una lunga serie di lavori. La chiesa ebbe un bel pavimento di legno intarsiato, furono rifatti gli stalli ‑ lavoro di Egidio Mussoi e Frescura ‑ e si aprirono finestre spaziose che riempirono il tempio di luce e di sole. Fu costruita una tribuna per i forestieri, si mutò la disposizione di alcune cappelle, una delle quali venne aperta per il popolo, fuori clausura. Sul campanile, terminato con mattoni rossi e una torretta di ferro, fu trasferito un orologio di fabbrica francese che suona ogni quarto d'ora ed i tre minuti precedenti. Si edificarono altre celle attorno al chiostro, venne costruita una cappella presso il cimitero e il chiostro della foresteria fu chiuso da grandi vetrate.
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