La certosa oggi

Senza citare la storia ufficiale, vengono di seguito narrati alcuni episodi tratti da resoconti lasciati dai monaci, nonché alcune notizie ed aneddoti raccolti presso gli abitanti del  luogo, che si riferiscono al periodo dalla 1 guerra mondiale ai nostri giorni.

     Nell'ultimo anno della prima guerra mondiale la Certosa, per la sua posizione strategica, fu più volte minacciata dalle truppe in conflitto. Fortunatamente l'esercito italiano in ritirata sul finire del 1917 lasciò la zona un giorno prima dell'arrivo degli Austriaci evitando lo scontro e le conseguenti devastazioni.

 

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Un ufficiale italiano fradicio per aver passato a guado il Cordevole, chiese alloggio in Certosa dove i monaci gli fornirono vesti asciutte.

Nonostante avesse convinto l'ufficiale a non fermarsi, il Priore fu poi accusato dal comandante austriaco di aver dato asilo a un italiano e salvò la situazione giustificandosi con il dovere di carità e con il fatto che gli austriaci non erano ancora giunti sul posto.

 

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Vedana fu in gran parte risparmiata dalle requisizioni delle truppe nemiche sia perché protetta dall'alto muro perimetrale di clausura, sia perché il Priore riuscì ad ottenere raccomandazioni e favori, dalle autorità austriache. Il padre procuratore, l'olandese don Alberto, con la tipica flemma e l'umorismo fine della sua gente, salvò in tante occasioni il convento da situazioni molto gravi.

Si ricorda che i viveri, difficilmente reperibili, furono salvati con qualche astuzia: il cavallo, le vacche ed i polli, troppo in vista nei rispettivi locali, furono trasferiti in una cella del chiostro; si narra anche che, per evitare che le truppe nemiche se ne impadronissero, parecchi quintali di fieno vennero murati all'interno del monastero, che parecchi vasi di petrolio da lume furono celati in una tomba del cimitero e che alcuni oggetti sacri di grande valore furono sotterrati nel giardino di una cella.

     Quindici giorni prima della vittoria italiana a Vittorio Veneto, nell'ottobre del 1918, una divisione austriaca venne ad insediarsi nel convento, portando un po' di scompiglio nella tranquilla vita dei certosini: vennero installati luce e telefono, una parte del chiostro della foresteria fu diviso con pareti di legno e nel Vescovado si installò il comando. I monaci, all'atto dell'occupazione, lasciarono in mano austriaca anche la cantina e la cucina, trasferendo quest'ultima nella cella R. Va ad ogni modo ricordato che gli occupanti mantennero sempre un comportamento molto civile e non si appropriarono di oggetti o di viveri dei monaci, nemmeno dell'uva coltivata in ben diciasette specie.

All'approssimarsi delle truppe italiane il comando austriaco fece installare sei cannoni in località Prà Vedana, nei pressi della Certosa che venne cosi a trovarsi sulla linea di fuoco, e riuscì a frenare l'avanzata dell'artiglieria italiana avendo fatto saltare tutti i ponti sul Cordevole.

Fortunatamente le vicende della guerra condussero gli austriaci al ritiro evitando una possibile battaglia in questi luoghi.

I monaci poterono così tornare alle loro meditazioni ed alle loro molteplici occupazioni: non molti sanno infatti che fino agli anni '60 la Certosa di Vedana oltre ad essere un maestoso luogo di preghiera era anche un luogo fervente di attività. Vi lavoravano una decina di persone dedite prevalentemente all'agricoltura ed alla cura del numeroso bestiame.

In questi anni viene spesso ricordata l'opera del già citato padre don Alberto a favore della popolazione locale con la quale non aveva solo scambi di tipo commerciale, ma soprattutto umani. Fin dall'inizio del secolo, come ricorda un'anziana donna del luogo, i certosini portavano col "bigòl la minestra ai "poaret da Mis", ma mai come nel primo dopoguerra il fenomeno assunse una proporzione così vistosa. A volte vi erano anche una settantina di persone che verso mezzogiorno si mettevano in fila lungo il muro che costeggia la strada comunale per avere un piatto della famosa "menèstra dei frati ed un pezzo di pane che venivano distribuiti davanti all'ingresso della Certosa o nel portico attiguo in caso di maltempo.

Con i vicini e con i lavoranti i monaci hanno sempre tenuto un rapporto privilegiato; una delle carrozze del monastero era sempre disponibile per il trasporto degli ammalati all'ospedale e dei morti al camposanto. Un operaio ricorda con commozione che nel 1937, quando si sposò nella Chiesa della Certosa, gli fornirono carrozza e servitore affinché potesse dapprima recarsi a Libano per le pubblicazioni e poi a Bribano al treno che lo avrebbe condotto a Roma per la benedizione papale.

A partire dal 1939 i monaci francesi che dimoravano a Vedana dovettero lasciare il monastero e rientrare nel loro paese d'origine. Fra questi il celebre priore don Agostino Guillerand, i cui scritti pubblicati postumi sono molto apprezzati nella letteratura religiosa contemporanea. A guidare la comunità, ridotta a circa 25 unità, fu nominato rettore l'italiano don Luigi Podagrosi.

I fatti della II guerra mondiale sono ben noti ed ancora vivi nel ricordo della nostra gente e dei monaci che li vissero tuttavia con serenità seppure con qualche apprensione dopo l'armistizio del settembre 1943. La notizia dell'eccidio dei monaci della Certosa di Lucca, rei di aver ospitato dei partigiani, rese prudenti gli abitanti di Vedana. Loro malgrado furono però coinvolti nella vicenda di un partigiano impiccato a Peron dai tedeschi: il comando tedesco di Belluno convocò il rettore accusandolo di aver celebrato le esequie. I monaci ricordano che fu accompagnato da un giovane professo svizzero che, oltre a parlare correttamente tedesco, voleva generosamente offrirsi come ostaggio al posto del rettore anziano, nel caso avessero imposto tale misura. Fortunatamente l'equivoco fu chiarito e i due monaci rilasciati, ma nel periodo che seguì la vicenda innumerevoli furono le ispezioni che Vedana dovette subire da parte delle truppe tedesche sospettose di possibili connivenze con i partigiani.

Al momento della liberazione una colonna lunghissima di tedeschi in ritirata sfilò per tre giorni sotto il fuoco dei partigiani che sparavano da Peron. La retroguardia tedesca non riuscì a mettersi in salvo, prima che arrivassero gli inglesi: fermata a pochi chilometri da Vedana, sulla via di Agordo (pare ai ''Castei'') fu costretta a ritornare a Mas dove fu rinchiusa in un campo di concentramento. Nella confusione i partigiani si impadronirono di cavalli tedeschi e obbligarono i monaci a tenerli in Certosa fino a quando gli inglesi, dopo pochi giorni, vennero a reclamarli.

Nel periodo seguente la II guerra mondiale non vi sono notizie di rilievo, se si eccettua l'incendio del 1965 in cui andò distrutto parte dell'archivio e con esso alcuni documenti relativi alla storia di Vedana dell'ultimo secolo.

L'attività economica del monastero riprese lentamente ed ebbe ancora anni di prosperità; accanto all'allevamento del bestiame che arrivò a contare una ventina di vacche da latte, fu intrapreso un allevamento di galline e viene ricordato con orgoglio che già nel 1950 potevano giovarsi dell'ausilio di un'incubatrice. Col passare degli anni le attività sono andate però piano piano calando per l'evolversi della società e del mondo del lavoro.

Nel maggio del 1977 1 il Capitolo Generale dell'Ordine stabilì che ì monaci residenti a Vedana, dieci fratelli e sei padri, fossero trasferiti in altre Case. Il declino delle vocazioni e la conseguente mancanza del numero sufficiente ad un buon funzionamento di una comunità certosina sono state le motivazioni che hanno indotto il "Definitorio" del Capitolo Generale a chiudere o almeno a ridurre al minimo possibile una delle comunità certosine d'Italia e purtroppo è stata Vedana a doversi sacrificare.

Malgrado il dispiacere degli abitanti della zona e l'estremo tentativo del Vescovo di far mutare avviso al Superiore Generale, tutto fu vano: chiuse le stalle, congedati gli ultimi lavoranti, i monaci abbandonarono questo luogo che li aveva visti testimoni e parte integrante della storia di questo pezzo di terra bellunese.

Fortunatamente Vedana è rimasta comunque un monastero certosino accogliendo nel 1977 le monache dell'Ordine che cercavano una certosa per poter vivere un'esperienza di vita solitaria più vicina a quella dei monaci loro confratelli.

A questo punto si rende indispensabile aprire una parentesi per accennare all'esistenza delle monache certosine.