|
Vedana fu in gran
parte risparmiata dalle requisizioni delle truppe nemiche sia perché
protetta dall'alto muro perimetrale di clausura, sia perché il Priore
riuscì ad ottenere raccomandazioni e favori, dalle autorità austriache. Il
padre procuratore, l'olandese don Alberto, con la tipica flemma e
l'umorismo fine della sua gente, salvò in tante occasioni il convento da
situazioni molto gravi.
Si ricorda che i
viveri, difficilmente reperibili, furono salvati con qualche astuzia: il
cavallo, le vacche ed i polli, troppo in vista nei rispettivi locali,
furono trasferiti in una cella del chiostro; si narra anche che, per
evitare che le truppe nemiche se ne impadronissero, parecchi quintali di
fieno vennero murati all'interno del monastero, che parecchi vasi di
petrolio da lume furono celati in una tomba del cimitero e che alcuni
oggetti sacri di grande valore furono sotterrati nel giardino di una
cella.
Quindici giorni
prima della vittoria italiana a Vittorio Veneto, nell'ottobre del 1918,
una divisione austriaca venne ad insediarsi nel convento, portando un po'
di scompiglio nella tranquilla vita dei certosini: vennero installati luce
e telefono, una parte del chiostro della foresteria fu diviso con pareti
di legno e nel Vescovado si installò il comando. I monaci, all'atto
dell'occupazione, lasciarono in mano austriaca anche la cantina e la
cucina, trasferendo quest'ultima nella cella R. Va ad ogni modo ricordato
che gli occupanti mantennero sempre un comportamento molto civile e non si
appropriarono di oggetti o di viveri dei monaci, nemmeno dell'uva
coltivata in ben diciasette specie.
All'approssimarsi
delle truppe italiane il comando austriaco fece installare sei cannoni in
località Prà Vedana, nei pressi della Certosa che venne cosi a trovarsi
sulla linea di fuoco, e riuscì a frenare l'avanzata dell'artiglieria
italiana avendo fatto saltare tutti i ponti sul Cordevole.
Fortunatamente le
vicende della guerra condussero gli austriaci al ritiro evitando una
possibile battaglia in questi luoghi.
I monaci poterono
così tornare alle loro meditazioni ed alle loro molteplici occupazioni:
non molti sanno infatti che fino agli anni '60 la Certosa di Vedana oltre
ad essere un maestoso luogo di preghiera era anche un luogo fervente di
attività. Vi lavoravano una decina di persone dedite prevalentemente
all'agricoltura ed alla cura del numeroso bestiame.
In questi anni viene
spesso ricordata l'opera del già citato padre don Alberto a favore della
popolazione locale con la quale non aveva solo scambi di tipo commerciale,
ma soprattutto umani. Fin dall'inizio del secolo, come ricorda un'anziana
donna del luogo, i certosini portavano col "bigòl la minestra ai "poaret
da Mis", ma mai come nel primo dopoguerra il fenomeno assunse una
proporzione così vistosa. A volte vi erano anche una settantina di persone
che verso mezzogiorno si mettevano in fila lungo il muro che costeggia la
strada comunale per avere un piatto della famosa "menèstra dei frati ed un
pezzo di pane che venivano distribuiti davanti all'ingresso della Certosa
o nel portico attiguo in caso di maltempo.
Con i vicini e con i
lavoranti i monaci hanno sempre tenuto un rapporto privilegiato; una delle
carrozze del monastero era sempre disponibile per il trasporto degli
ammalati all'ospedale e dei morti al camposanto. Un operaio ricorda con
commozione che nel 1937, quando si sposò nella Chiesa della Certosa, gli
fornirono carrozza e servitore affinché potesse dapprima recarsi a Libano
per le pubblicazioni e poi a Bribano al treno che lo avrebbe condotto a
Roma per la benedizione papale.
A partire dal
1939
i monaci francesi che dimoravano a Vedana
dovettero lasciare il monastero e rientrare nel loro paese d'origine. Fra
questi il celebre priore don Agostino Guillerand, i cui scritti pubblicati
postumi sono molto apprezzati nella letteratura religiosa contemporanea. A
guidare la comunità, ridotta a circa
25
unità, fu nominato rettore l'italiano don Luigi Podagrosi.
I fatti della II guerra mondiale sono ben
noti ed ancora vivi nel ricordo della nostra gente e dei monaci che li
vissero tuttavia con serenità seppure con qualche apprensione dopo
l'armistizio del settembre 1943.
La notizia dell'eccidio dei monaci
della Certosa di Lucca, rei di aver ospitato dei partigiani, rese prudenti
gli abitanti di Vedana. Loro malgrado furono però coinvolti nella vicenda
di un partigiano impiccato a Peron dai tedeschi: il comando tedesco di
Belluno convocò il rettore accusandolo di aver celebrato le esequie. I
monaci ricordano che fu accompagnato da un giovane professo svizzero che,
oltre a parlare correttamente tedesco, voleva generosamente offrirsi come
ostaggio al posto del rettore anziano, nel caso avessero imposto tale
misura. Fortunatamente l'equivoco fu chiarito e i due monaci rilasciati,
ma nel periodo che seguì la vicenda innumerevoli furono le ispezioni che
Vedana dovette subire da parte delle truppe tedesche sospettose di
possibili connivenze con i partigiani.
Al momento della liberazione una colonna
lunghissima di tedeschi in ritirata sfilò per tre giorni sotto il fuoco
dei partigiani che sparavano da Peron. La retroguardia tedesca non riuscì
a mettersi in salvo, prima che arrivassero gli inglesi: fermata a pochi
chilometri da Vedana, sulla via di Agordo (pare ai ''Castei'') fu
costretta a ritornare a Mas dove fu rinchiusa in un campo di
concentramento. Nella confusione i partigiani si impadronirono di cavalli
tedeschi e obbligarono i monaci a tenerli in Certosa fino a quando gli
inglesi, dopo pochi giorni, vennero a reclamarli.
Nel periodo seguente la II guerra mondiale
non vi sono notizie di rilievo, se si eccettua l'incendio del
1965
in cui andò distrutto parte dell'archivio
e con esso alcuni documenti relativi alla storia di Vedana dell'ultimo
secolo.
L'attività economica del monastero riprese
lentamente ed ebbe ancora anni di prosperità; accanto all'allevamento del
bestiame che arrivò a contare una ventina di vacche da latte, fu
intrapreso un allevamento di galline e viene ricordato con orgoglio che
già nel 1950
potevano giovarsi dell'ausilio di
un'incubatrice. Col passare degli anni le attività sono andate però piano
piano calando per l'evolversi della società e del mondo del lavoro.
Nel maggio del
1977 1
il Capitolo Generale dell'Ordine stabilì
che ì monaci residenti a Vedana, dieci fratelli e sei padri, fossero
trasferiti in altre Case. Il declino delle vocazioni e la conseguente
mancanza del numero sufficiente ad un buon funzionamento di una comunità
certosina sono state le motivazioni che hanno indotto il "Definitorio" del
Capitolo Generale a chiudere o almeno a ridurre al minimo possibile una
delle comunità certosine d'Italia e purtroppo
è
stata Vedana a doversi sacrificare.
Malgrado il dispiacere degli abitanti
della zona e l'estremo tentativo del Vescovo di far mutare avviso al
Superiore Generale, tutto fu vano: chiuse le stalle, congedati gli ultimi
lavoranti, i monaci abbandonarono questo luogo che li aveva visti
testimoni e parte integrante della storia di questo pezzo di terra
bellunese.
Fortunatamente Vedana è rimasta comunque
un monastero certosino accogliendo nel
1977
le monache dell'Ordine che cercavano una
certosa per poter vivere un'esperienza di vita solitaria
più
vicina a quella dei monaci loro
confratelli.
A questo punto si rende indispensabile
aprire una parentesi per accennare all'esistenza delle monache certosine. |