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I certosini a Vedana |
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Gli inizi furono stentati per la mancanza di fondi con i quali intervenire sulle strutture esistenti e per l'edificazione di nuovi edifici, il principale dei quali era certamente la Chiesa. L'edificio sacro fu completato soltanto nel 1471 e come si apprende dalle Cronache certosine" il presbiterio era illuminato da una sola finestra, dal lato dell'epistola, mentre la navata centrale riceveva la luce direttamente da un buco aperto sulla facciata. E' opinione comune che il Capitolo ed il refettorio abbiano sempre occupato le posizioni attuali, e che fossero già esistenti in quell'epoca le cappelle di S. Maria Maddalena e di S. Giuseppe. |
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In questi anni di attività edilizia la "casa" fu governata da rettori finché, nel 1467, ebbe un priore. Dai documenti si apprende dell'esistenza di sei monaci di coro, di cinque fratelli conversi ed inoltre viene fatto cenno alla presenza di laici addetti all'agricoltura e di "clerici redditi" partecipanti agli uffici del Coro. Lo spirito certosino implicante raccoglimento e preghiera, estraneità dagli affari pubblici e dagli avvenimenti politici, non impedì tuttavia ai monaci di compiere mediazioni ed interventi a favore delle popolazioni bellunesi. Si ricorda a tal proposito il Priore don Bernardo Nicoletti (1506‑1515) che nel periodo della Lega di Cambrai presiedette alla conferenza per la pace tra le popolazioni di Primiero, soggette al ducato d'Austria, ma appartenenti alla diocesi di Feltre, e quelle di Feltre e Belluno, in cui si stabilirono degli accordi di non belligeranza. Un altro episodio ricordato nelle cronache del tempo riguarda l'imperatore Massimiliano d'Austria che nel luglio 1510 fece radere al suolo Feltre, minacciando anche il territorio bellunese. Per evitare saccheggi la Certosa sborsò somme ingenti ed aiutò la Superiora del convento di S. Gervasio di Belluno a placare le esose pretese della soldataglia dell'Imperatore. Col passare degli anni, seppure lentamente, l'opera di costruzione continuò: il chiostro grande reca sopra una delle colonne la data del 1521. La carta del Capitolo Generale del 1542 ordinò al priore l'aumento del numero delle celle a otto, dalle sei esistenti, perché otto diventassero i monaci di coro. Le difficoltà finanziarie persistevano assillanti e ne è forse testimone, all'epoca della peste (1529), un debito contratto dal priore con la Certosa di Padova, per assistere i malati poveri che il Capitolo Generale del 1535 ordinò di soddisfare; solo la generosità dei benefattori permise a poco a poco di terminare la costruzione dell'edificio. Nel 1619 la Chiesa, fino allora solo benedetta, fu consacrata dal vescovo di Caorle, mons. Benedetto De Benedetti, delegato da quello di Belluno, l'umanista Alvise Lollino. Mentre la vita dei monaci procedeva silenziosa, senza avvenimenti straordinari, varie donazioni avevano aumentato le rendite: un "cattastico" contiene le mappe a colori delle terre e dei beni immobili posseduti dalla comunità. Nel febbraio del 1695 scoppiò un incendio nella cella del procuratore: questi, assentatosi dal monastero, aveva lasciato il fratello sarto nelle sue stanze, perché vi lavorasse e mantenesse il fuoco della stufa, ma il monaco, fattasi sera, se ne andò. Sta di fatto che in quei locali, dall'impiantito e dalle travature di legno, il fuoco divampò minacciando di incenerire la Certosa. A stento domato, l'incendio arrecò ingenti danni ai fabbricati e distrusse anche sei protocolli notarili con relazioni di doni, acquisti, livelli, titoli e testamenti: un danno irreparabile. Col restauro dei locali sembra si sia esaurita l'attività edilizia dei monaci. Agli inizi del secolo XVIII, la Certosa conta otto celle per i monaci del chiostro, alcune fuori del gran chiostro per il procuratore e i suoi aiutanti, altre per i conversi, otto stanze per i forestieri, sette per gli operai. 'Ritta qui la storia di tre secoli di vita certosina a Vedana. Nessuna notizia sui monaci: le cronache certosine lasciano solo gli elenchi con i nomi dei priori. Uno di questi elenchi, forse il solo attendibile, segue le carte capitolari, e ci offre settantasette nomi. Da di essi alcuni hanno un elogio particolare, quasi una specie di canonizzazione tutta sua che dà la Certosa, consistente nell'aggiungere sul registro dei morti due sole parole: Laudabiliter vixit", cioé visse lodevolmente. Questo commento fu attribuito al priori: Bartolomeo Scala di Siena (+ 1652); Filippo Costantini (+ 1715); Silvestro Razzolini (+ 1740); Stefano Catti (+ 1772). Qualche religioso morì in fama di santità e ricevette la speciale menzione suddetta, ma dilungarsi nella citazione sarebbe una noiosa e grigia sequenza di puri nomi. Quel che importa sottolineare è il valore del quotidiano. Non sono i momenti di esaltazione, le esperienze religiose, anche drammatiche che talvolta possono essere sperimentate,a dar lustro alla vita monastica. Conta più di ogni altra cosa la perseveranza nella preghiera quotidiana, la fedeltà dimessa e feriale allo stato che si è scelto, lo sforzo costante di vivere per il Signore: ecco perché non ci sono "vite" di certosini e neppure val la pena menzionare qualcuno che ha lasciato qualche scritto. Non sta qui la vera identità del monaco figlio di San Bruno: è soprattutto figlio di Dio. |
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